Descrizione
Il Museo teatrale alla Scala è il museo della lirica a Milano, nel Casino Ricordi, il palazzo accanto al Teatro alla Scala. Quattordici sale di ritratti, strumenti antichi, bozzetti e dipinti raccontano due secoli di opera e di teatro.
Il percorso è fatto di volti: busti e ritratti di compositori, direttori e cantanti. Ci sono i ritratti di due primedonne, Maria Malibran e Giuditta Pasta, il ritratto di Verdi e il busto di Nicola Tacchinardi, scolpito da Canova.
Tra gli strumenti, il pianoforte di Franz Liszt, uno Steinway, e un virginale del Seicento di Francesco Guaracino, completamente decorato. Sopra la tastiera c'è un avvertimento: «Mano inesperta non mi toccare».
Alcuni dipinti mostrano la Scala di una volta. Un quadro di Angelo Inganni la rappresenta nel 1852, quando l'ingresso era ancora a ridosso dei palazzi e la piazza davanti non era stata aperta. Poi ci sono le porcellane di Capodimonte, Doccia e Meissen con le maschere della commedia dell'arte.
Parigi, 1911: va all'asta la collezione teatrale dell'antiquario Giulio Sambon. Tra i possibili compratori c'è il miliardario americano J.P. Morgan. Milano ha una settimana per evitare che quei tesori prendano la via dell'America.
Si forma un comitato d'emergenza: il Comune, il governo e cinquanta cittadini che versano 5.000 lire a testa, una cifra considerevole. Tra lettere, telegrammi e viaggi a Parigi, il prezzo scende da 700.000 a 450.000 lire. E la collezione arriva a Milano.
Il museo, voluto tra gli altri da Arrigo Boito, aprì l'8 marzo 1913. All'inizio raccontava lo spettacolo in generale, dall'antichità in poi, senza un legame con la Scala. Con donazioni e acquisti è diventato la memoria del teatro. Dopo la guerra fu riallestito da Fernanda Wittgens.
Alla biblioteca «Livia Simoni» e all'archivio sono annessi manoscritti di Verdi, Rossini, Puccini e Donizetti, tra cui la Messa da Requiem e il Tancredi. Il museo conserva anche un ritratto di Domenico Barbaja, l'impresario di Rossini, a cui si deve la barbagliata, una golosità al cacao.
Il percorso è fatto di volti: busti e ritratti di compositori, direttori e cantanti. Ci sono i ritratti di due primedonne, Maria Malibran e Giuditta Pasta, il ritratto di Verdi e il busto di Nicola Tacchinardi, scolpito da Canova.
Tra gli strumenti, il pianoforte di Franz Liszt, uno Steinway, e un virginale del Seicento di Francesco Guaracino, completamente decorato. Sopra la tastiera c'è un avvertimento: «Mano inesperta non mi toccare».
Alcuni dipinti mostrano la Scala di una volta. Un quadro di Angelo Inganni la rappresenta nel 1852, quando l'ingresso era ancora a ridosso dei palazzi e la piazza davanti non era stata aperta. Poi ci sono le porcellane di Capodimonte, Doccia e Meissen con le maschere della commedia dell'arte.
Parigi, 1911: va all'asta la collezione teatrale dell'antiquario Giulio Sambon. Tra i possibili compratori c'è il miliardario americano J.P. Morgan. Milano ha una settimana per evitare che quei tesori prendano la via dell'America.
Si forma un comitato d'emergenza: il Comune, il governo e cinquanta cittadini che versano 5.000 lire a testa, una cifra considerevole. Tra lettere, telegrammi e viaggi a Parigi, il prezzo scende da 700.000 a 450.000 lire. E la collezione arriva a Milano.
Il museo, voluto tra gli altri da Arrigo Boito, aprì l'8 marzo 1913. All'inizio raccontava lo spettacolo in generale, dall'antichità in poi, senza un legame con la Scala. Con donazioni e acquisti è diventato la memoria del teatro. Dopo la guerra fu riallestito da Fernanda Wittgens.
Alla biblioteca «Livia Simoni» e all'archivio sono annessi manoscritti di Verdi, Rossini, Puccini e Donizetti, tra cui la Messa da Requiem e il Tancredi. Il museo conserva anche un ritratto di Domenico Barbaja, l'impresario di Rossini, a cui si deve la barbagliata, una golosità al cacao.