Descrizione
Il Museo Archeologico di Milano racconta Mediolanum, la città romana che sorgeva dove oggi c'è corso Magenta. Ha sede nell'ex Monastero Maggiore di San Maurizio, e già l'edificio è un reperto: tra i chiostri affiorano mura, torri e le fondamenta di una villa antica.
Il percorso comincia da un grande plastico all'ingresso. Sovrappone la Milano di oggi a quella tardoantica, con le mura dell'imperatore Massimiano, il circo, il teatro, le terme, il palazzo imperiale e i corsi d'acqua: serve a capire dove si cammina.
Poi vengono le sale romane, su due livelli: ritratti in marmo, pitture, mosaici e più di 500 epigrafi, anche se solo una parte è esposta. Una piccola sezione porta molto più lontano, all'arte del Gandhara.
Il pezzo più famoso è la Coppa Diatreta Trivulzio, del IV secolo: un vaso di vetro lavorato a traforo, come un merletto. Accanto spicca la patera di Parabiago, un piatto d'argento tardo-imperiale con il trionfo della dea Cibele.
Da non perdere anche il Tesoro di Lovere, vasellame da tavola in argento del III secolo trovato in una tomba nel 1907, e il ritratto in marmo tradizionalmente identificato con l'imperatore Massimiano Erculeo, del 300 circa.
Nella palazzina di via Nirone le collezioni continuano con le sezioni altomedievale, etrusca e greca, una per piano. La parte preistorica ed egizia, invece, è al Castello Sforzesco.
Ma la sorpresa è nel chiostro: una torre alta 14 metri, che faceva parte dei carceres del circo, da cui partivano i carri da corsa. Nel Duecento la si credette la prigione dei santi martiri Nabore, Felice, Gervaso e Protaso. Era un equivoco.
Per questo le sue pareti si coprirono di affreschi di ispirazione giottesca con figure di santi, oggi accostati a una scultura contemporanea di Domenico Paladino, donata dall'artista.
Il museo ha radici antiche: è l'erede del Museo patrio archeologico, fondato nel 1862, e della raccolta di Brera, nata per salvare i reperti delle chiese soppresse.
Il percorso comincia da un grande plastico all'ingresso. Sovrappone la Milano di oggi a quella tardoantica, con le mura dell'imperatore Massimiano, il circo, il teatro, le terme, il palazzo imperiale e i corsi d'acqua: serve a capire dove si cammina.
Poi vengono le sale romane, su due livelli: ritratti in marmo, pitture, mosaici e più di 500 epigrafi, anche se solo una parte è esposta. Una piccola sezione porta molto più lontano, all'arte del Gandhara.
Il pezzo più famoso è la Coppa Diatreta Trivulzio, del IV secolo: un vaso di vetro lavorato a traforo, come un merletto. Accanto spicca la patera di Parabiago, un piatto d'argento tardo-imperiale con il trionfo della dea Cibele.
Da non perdere anche il Tesoro di Lovere, vasellame da tavola in argento del III secolo trovato in una tomba nel 1907, e il ritratto in marmo tradizionalmente identificato con l'imperatore Massimiano Erculeo, del 300 circa.
Nella palazzina di via Nirone le collezioni continuano con le sezioni altomedievale, etrusca e greca, una per piano. La parte preistorica ed egizia, invece, è al Castello Sforzesco.
Ma la sorpresa è nel chiostro: una torre alta 14 metri, che faceva parte dei carceres del circo, da cui partivano i carri da corsa. Nel Duecento la si credette la prigione dei santi martiri Nabore, Felice, Gervaso e Protaso. Era un equivoco.
Per questo le sue pareti si coprirono di affreschi di ispirazione giottesca con figure di santi, oggi accostati a una scultura contemporanea di Domenico Paladino, donata dall'artista.
Il museo ha radici antiche: è l'erede del Museo patrio archeologico, fondato nel 1862, e della raccolta di Brera, nata per salvare i reperti delle chiese soppresse.